giovedì, 02 luglio 2009



"Quando il legno improvviso parlo'

sul fragile bordo degli occhi

lo sguardo sorprese "

 

Le luci del mattino somigliano a Betlemme.

Noi due ora siamo lanciati nel Suono

e noi due non bastiamo, non siamo la pioggia.

 

Palpando quei cieli Betlemme stupiva.

 

 

 

 

 

 

N.B. i versi della serie "Viandanti" sono per scelta pubblicati in ordine sparso.

postato da: RottamieViolini alle ore 18:11 | Permalink | commenti (3)
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martedì, 23 giugno 2009

Quel dolce bastardo di Jimmy mi aveva detto di aver lasciato suo figlio dai nonni, ma questo ragazzo è stato tutta la vita in convento. In effetti nella foto ci sono le suore. Chissà su quante altre cose mi ha mentito. Oddio, mica tante, visto che ha raccontato quasi niente. Ancora non riesco a capire. Sono l’unica figlia di due insegnanti, cresciuta in una casa dove amore e attenzione non mi sono mai mancati. Sono stata una bella ragazza e anche da grande attiro più di uno sguardo. Non ho mai avuto problemi con gli uomini o con il lavoro, che fra l’altro non faccio per bisogno. La cosa che più mi piace, cantare, la porto avanti da sempre e sono capace di perdermi nella musica e sentirmi quasi felice. E allora perché Jimmy? Ci poteva essere qualcuno più lontano da me? Ci ho molto pensato e forse proprio nella musica è il segreto di Jimmy, nel silenzio assordante che pare di scorgergli dentro, un silenzio musicale di fughe inespresse che, per quanto mi riguarda, tendono al cielo. Un cielo ieratico e vuoto. Come prima di una creazione, prima della bellezza, dell’assonanza. A volte quando penso a lui mi viene in mente un mendicante gentile, un viaggiatore senza valigia, uno specchio levigato che non sa di essere tale. Eppure io mi ci sono guardata ed è lì che devo aver perso i contorni di quella che ero. Jimmy senza saperlo mi ha ridisegnata e adesso mi sento talmente diversa che spesso fatico a riconoscere mio quello che faccio o che penso. Prendi questo Seb sbucato dal nulla (dev’essere un vizio di famiglia) e come mi sto comportando con lui. E nemmeno so cosa voglio.

 

- Signora Dorothea, qualcosa non va? -

Dorothea si riscuote dai pensieri con una specie di fremito.

- Ho visto passare un fantasma – dice con gli occhi ancora socchiusi.

- E com’era ? Il solito lenzuolo? –

- Guarda Seb che tu non sei tipo da battute. Non ti si addicono, lascia perdere. Accompagnami. –

La donna si alza e va verso l’uscita.

- Segna sul conto – dice alla cameriera alla cassa che la saluta con un cenno di consuetudine. Seb segue Dorothea e pensa che ha ragione. La spiritosaggine, la battuta mordace non sono nelle sue corde, ogni volta che ci prova si sente fuori posto. Sono ancora giovane, imparerò a muovermi meglio, pensa e si butta dietro le spalle questo piccolo, insignificante dolore.

 

Camminarono a lungo per le vie del centro medievale. I canali erano spariti e l’odore del mare con loro. Le case ai lati dei vicoli, alte e di pietra scura, prive di ogni elemento decorativo, quasi si toccavano su in alto, strizzando il cielo grigio in strisce sottili. La pioggia era quasi cessata, ma le gocce rade avevano preso consistenza. Dorothea disse a Seb che doveva passare dal fotografo a ritirare una cosa. I vicoli si moltiplicavano e mano a mano che ci si addentrava nel vecchio centro si facevano più stretti. Davano l’impressione di tendere a un punto in cui le case si sarebbero toccate. Piccole curve che non sembravano avere ragioni urbanistiche facevano perdere l’orientamento ed il rumore ipnotico dei tacchi della donna trasformava Seb in un seguace del pifferaio delle favole. Di nuovo la sensazione di stanchezza infinita lo prese, sentì che le gambe si staccavano meccaniche dal controllo centrale, seguitando da sole a inseguire la scia sonora di Dorothea. Per fortuna lei taceva e guardava davanti, non sarebbe riuscito a risponderle se avesse chiesto qualcosa, perché la voce si era impigliata in qualche recesso appuntito del corpo ed era rimasta indietro. Neanche riusciva a realizzare di avere paura. Un po’ alla volta ce la fece a tornare, appena in tempo, perché Dorothea si era fermata.

- Siamo arrivati, qui dietro l’angolo. –

Il vicolo si allargò in una piazzetta che pareva una stanza con il soffitto grigio di cielo. Una piccola vetrina con delle immagini sbiadite si apriva sul lato sinistro. Sopra la vetrina, un’insegna verde acido diceva che erano arrivati da Foto Hans.

L’apertura della porta fece suonare un campanello lontano, forse in una stanza sul retro. Le pareti del negozio erano completamente coperte di fotografie, appiccicate al muro con grande pazienza perché, sebbene di diverse dimensioni, nessuna si sovrapponeva alle altre. Le immagini erano tutte in bianco e nero, anche se una lampadina appesa ad un filo nudo al centro del soffitto, le spalmava di una tonalità giallastra. Anche il soffitto era tappezzato di fotografie. Sul lato opposto all’entrata c’era un banco dipinto di nero e uno sgabello di metallo dietro il quale una porta socchiusa dava su una stanza buia. Avvicinandosi alle pareti Seb notò che alcune fotografie avevano tracce di colore. Un paio di scarpe rosse straniava l’immagine di una donna ritratta insieme ad un uomo più anziano di lei. Un quadrato di cielo azzurro spezzava il silenzio nero e bianco di un paesaggio urbano. Il rosa sulle labbra di un bambino teneva a distanza il suo sguardo perduto nei toni del grigio. Sembravano ritocchi fatti a mano con l’acquerello. Seb guardò Dorothea e per la prima volta la vide per quello che era. Come se una specie di malìa si liquefacesse davanti ai suoi occhi, vide i colori sfuggirle, a cominciare dal viso e giù per il corpo fino alle scarpe sonore che portava con tanta grazia  Immobile in mezzo alla stanza, Dorothea pareva una figura ritagliata da una di quelle foto, fatta di latte e di buio. Solo negli occhi, fissati in quel fotogramma senza tempo, una debole sfumatura di azzurro sfregiava la statuaria presenza di cose che Seb non sapeva di cercare.

Eccola dunque la potenza della Faccia, dell’abito, dei modi, dei luoghi e infine del colore. Ecco là sotto comparire il mondo delle ombre, l’Oltre dove muove passi di piombo il motore segreto che nessuno sa accendere o spegnere, né tanto meno, riparare. Così pensava, Seb, ma erano pensieri in background, ballonzolanti al limite del cosciente. Quelle crisi di stanchezza indicibile che si ripetevano da quando era in grado di ricordare e che stavano facendosi più frequenti, da una parte gli scavavano cunicoli nell’animo attraverso i quali rivendicavano la loro cupa e preoccupante presenza, dall’altra, scavando, livellavano le colline del vissuto e appiattivano il terreno nel quale Seb aveva affondate le radici.




(continua) 

postato da: RottamieViolini alle ore 00:40 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 15 giugno 2009

Appoggia i colori sulla palpebra chiusa

li lasceremo ad aspettare la sera

lei non manca appuntamenti secolari

sempre viene con la luce di gatta.

Balleremo con un giallo ed un verde ubriachi

scenderemo tra i rossi di fragola

e le viole che stanno un po' ovunque.

Concerto di periferia disadorna

questa sera sul palco degli occhi.

Ci sono i violini

e i rottami non sono da meno.

postato da: RottamieViolini alle ore 12:19 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 06 giugno 2009

Dorothea si alzò e Seb le andò dietro. Cominciò a parlargli delle grandi tele appese nei transetti, delle enormi vetrate e delle storie che vi erano raccontate. Seb seguiva le parole della donna con il quindici per cento della mente, il resto ascoltava il rumore dei loro passi, il ticchettio secco dei tacchi di lei, il rumore più smorzato e rotondo delle sue scarpe pesanti. Dorothea aveva gambe nervose, con polpacci lunghi e definiti, si muoveva con lieve rimbalzo nella sua gonna stretta. Quando incrociò il suo sguardo Seb arrossì per i pensieri non proprio consoni al luogo.

- Che cosa c’è? – disse lei con un sorriso che sapeva benissimo la risposta.

- Guarda questo quadro – continuò – San Sebastiano trafitto dalle frecce. –

Seb conosceva bene la storia del Santo avendo vissuto al convento che gli era dedicato, ma ogni volta che vedeva quel corpo di giovane uomo trapassato dai dardi e sanguinante, provava quasi un dolore fisico, un fastidio al costato e alle gambe.

- Pensi, signora Dorothea, che io mi chiamo come lui. –

- Davvero? Allora meglio cambiare discorso. –

Una donna anziana con un grembiule azzurro attirò la loro attenzione agitando una mano che reggeva una grossa chiave.

-Vieni – disse Dorothea – la custode vuole chiudere. -

Si incamminarono verso il portale di destra e quando si trovarono fuori li accolse la pioggia sottile di prima. Rinforzata dal vento, spazzava la piazza a folate. Dorothea tirò fuori dalla borsa un piccolo ombrello che non era un gran riparo per due. Si infilò il mantello da corista e s’incamminò.

- Andiamo. – fece.

Seb avrebbe voluto chiederle dove, ma si limitò a seguirla senza parlare.

 

 

Il locale è lungo e stretto, vi si accede da una porta antica di legno scuro piazzata nel mezzo di una grande vetrata che dà sulla strada. Appena entrati, sulla destra c’è un banco dove arrivano in continuazione i dolci appena sfornati. Le cameriere sono tutte ragazze molto giovani e dall’aria sveglia. Su una enorme lavagna appesa al soffitto sono scritti i piatti del giorno e sotto, in caratteri arzigogolati e con un gessetto arancione, è riportato l’annuncio per la serata di una lettura della Metamorfosi di Kafka. La luce, oltre che dall’ingresso, arriva da deboli lampade incassate nelle pareti e da un’altra vetrata, più ampia, che si apre sul fondo e lascia vedere un giardino pieno di cespugli fioriti. Dorothea si muove come fosse di casa e guida Seb ad un tavolo appoggiato alla parete di destra.

- Accomodati Sebastiano -  gli dice con un filo d’ironia – io prendo un the. –

- Ci avrei scommesso – dice Seb sotto voce.

E poi aggiunge - Anche io. –

Dorothea si alza e si sfila il mantello con movimenti sinuosi che mettono in risalto la sua figura e Seb nota che ha un seno bellissimo per non essere una ragazza. La luce di taglio che arriva dalla vetrata del giardino si scontra con quella delle lampade a muro e le disegna ombre ai lati degli occhi, dove piccole teorie di rughe fascinose le diluiscono lo sguardo. E’ una donna che deve avere riso molto e probabilmente anche pianto, pensa Seb.

- E se ti dicessi che io già ti conosco? – fa lei.

Seb la guarda tranquillo, senza lo stupore o la sorpresa che lei si aspettava. La guarda e non chiede. Una stanchezza improvvisa gli è caduta addosso, sente i muscoli delle gambe rilasciarsi e ha le palpebre pesanti. Questa non è vita per uno abituato ai ritmi del convento, si dice. Dorothea lascia cadere il discorso, ché intanto la cameriera è arrivata e appoggia sul tavolo una teiera di ceramica  che ha la forma di una donna obesa e due tazze coloratissime e diverse. Ha portato anche una grossa brioche cosparsa di uvetta. Seb è di nuovo ripiombato in uno di quei momenti in cui si percepisce assente perfino da se stesso; gli sembra di essere al centro dell’involucro che lo contiene e di vederne i confini sfumare nel mondo che lo circonda. Non ha paura quando gli succede perché ci è abituato; è perfino capace di rispondere a delle domande, ma capisce che in quei momenti la sua voce non gli appartiene e la sente meccanica e piena di echi. Quando era al convento le suore, ridendo, dicevano che aveva delle visioni e che con quella faccia poteva diventare anche santo.

- Vuoi un po’ di latte? – chiede Dorothea versandogli il the. Seb fa sì con un cenno. Ogni volta che esce dal torpore sente la vita che lentamente gli ricolonizza il corpo partendo da un punto impreciso che lui chiama centro, ma del quale non saprebbe indicare la collocazione. Piano piano unghie immaginarie e poco taglienti si aggrappano al mondo esterno e lo tengono stretto.

 

- Non ho mai letto Kafka. Mi piacerebbe esserci stasera. Ne ho sentito parlare dai miei insegnanti, ma ho l’impressione che al convento non fosse un autore ben visto. –

- Convento? –

- Certo, signora, vengo da un convento di suore. –

- E come ci eri finito? –

- Ci ho passato quasi tutta la vita. Mio padre viaggiava di continuo e non poteva tenermi con sé, così mi ha lasciato là. Tornava ogni tanto a trovarmi, ma da più di due anni è sparito. –

Dorothea sembra interdetta perché questa cosa non le ritorna, lo guarda col capo piegato di lato e un sorrisetto bloccato a metà. Prima di parlare beve l’ultimo sorso di the e ne versa dell’altro.

- Quanti anni mi hai detto che hai, Seb? –

- Diciotto. E lei, signora Dorothea? –

La donna lo fulmina con lo sguardo, ma le sue labbra corrucciate subito si sciolgono in un sorriso comprensivo.

- Qualcuno più del doppio, ma non chiederlo ancora. –

Con la schiena appoggiata Dorothea mastica a bocca chiusa un pezzetto di brioche. Seb segue rapito il movimento ritmico di una mollica che le è rimasta sulle labbra. Chissà cosa starà facendo Blanche, gli viene da pensare, ma altrettanto velocemente il pensiero sparisce divorato da quel presente che mollemente lo circonda.

 

 

(continua)

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sabato, 30 maggio 2009

Il fuoco sta acceso da solo

la legna seccata era buona

con dita di gazza la cetra

chi viaggia non dorme, ma suona.

 

Discende ogni fiocco di luna.

 

 

Questo gruppo di poesie fa parte di un poemetto dal titolo "Viandanti" (ex Tibet). I versi sono qui presentati in ordine sparso

postato da: RottamieViolini alle ore 13:09 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 26 maggio 2009

E’ lui. Ne sono certa. Indosso la mia faccia di bronzo più facilmente del solito, perché quando il momento si fa complesso do sempre il meglio di me.  La prima volta che l’ho incontrato sono stata fantastica e di tutto quanto avevo dentro non è uscita cosa sul viso. D’altra parte la fotografia che suo padre ha dimenticato non lascia dubbi. E’ soltanto più alto di quanto me lo immaginassi, ma si sa che questi ragazzi in due o tre anni diventano pertiche. Nella foto sta in mezzo a due suore e sorride poco convinto, ha il medesimo sguardo, soltanto un po’ più leggero. Suo padre è sparito da più di due anni, semplicemente un mattino mi sono svegliata e non c’era. Andato com’era venuto. Lo incontrai sotto i portici del centro, stava appoggiato ad una colonna e guardava la gente passare. Aveva negli occhi una specie di paura lieve; con quei suoi abiti stanchi e puliti dava l’impressione di essere fuoriposto. Mi osservò come se gli ricordassi qualcuno, poi scosse la testa come a dire che sciocco che sono e si guardò la punta delle scarpe. Io, che timida non sono, mi piazzai davanti a Jimmy con il miglior sorriso che avessi.

- Ci conosciamo? – gli dissi.

Per un attimo solo si schermì come avesse paura, un’ombra tremolante gli passò sul viso e fu subito inghiottita da quegli occhi che non riesco a scordare.

- Era solo un’impressione. Mi scusi. – fece lui.

Non sono una che molla e cominciai a chiacchierare come sono capace di fare. Faceva mezzi sorrisi e cenni col capo, sembrava in difficoltà. Eppure nello sguardo si nascondeva una consapevolezza allo stesso tempo rassegnata e serena che ho visto in poche persone. Quando finii gli argomenti banali restammo a guardarci, due sorrisi imbarazzati che non sapevano che fare.

- Andiamo a prenderci un the – disse Jimmy, e perché gli venisse da ridere non l’ho mai capito.

Sembrava sempre sul punto di dire qualcosa, ma invece fui io a parlare, a raccontargli di me. Confesso che la sua riservatezza non mi infastidiva, anzi mi faceva sentire importante, come se una qualunque mia storia fosse accolta con grande rispetto, con la capacità innata di pesare le parole e il racconto. Jimmy ha sempre dato grande importanza alle parole, me ne sono accorta nei due mesi che ha vissuto da me. Quando era lui a raccontare, parlava piano pensando attentamente a quanto diceva. A volte persino tornava indietro e correggeva il tono della voce, limava o aumentava le pause. Sembrava contento. In quei mesi sono stata sua madre, la sorella, l’amante; Jimmy assorbiva i miei sentimenti, aveva il potere ipnotico di farne nascere di nuovi, ma tutti sparivano dentro lui senza riflettere che un minimo della loro intensità. Carta Assorbente Jimmy, ecco come lo chiamavo quando lo guardavo dormire e, con una punta di rabbia, dietro le sue palpebre chiuse non indovinavo niente. Sono una tipa tosta, gli dicevo, vedrai che saprò tirarti fuori la voce, ti libererò quel cuore che hai paura a farmi vedere. Lui mi guardava rassegnato a lasciarmi fare e mi carezzava i capelli che portavo sciolti a coprire le spalle. Amavo la sfida di dipendere dal suo silenzio come si ama l’ineluttabile esistenza di un figlio o di un regalo che, capitandoti addosso, all’improvviso capisci che l’aspettavi da sempre. Poi, come ho già detto, un mattino è sparito. La sera prima eravamo stati a cena sul porto. Jimmy era più loquace del solito, mi raccontò del paese dal quale veniva, di quanto tutti gli volessero un gran bene e del figlio che aveva lasciato dai nonni. Mi mostrò la sua foto, il ragazzo stava in mezzo a due suore. Mio Dio quanto ti somiglia, feci io, e come fai ad avere un figlio così grande. Non disse della madre ed io mi forzai a non chiedere perché non l’avevo mai visto così allegro. Fino al ritorno a casa non smise di parlare, era adorabile. L’ultima volta che lo vidi, prima di addormentarmi, era davanti allo specchio del bagno che si scrutava attentamente la faccia. Jimmy, gli dissi, vieni a dormire, più bello di così non diventi ed io casco dal sonno. Tu intanto dormi, rispose, che quando arrivo ti sveglio. Al mattino non c’era più. Due giorni dopo, scivolata dietro il letto, trovai la foto che doveva essergli sfuggita dal portafoglio.

 

- Mozart ha composto questa musica a ventiquattro anni, secondo me l’ha scritta per una donna che amava. La parte della solista ha qualcosa di struggente che spezza il cuore. Ventiquattro anni. Poco più grande di te. O sbaglio? – disse guardando davanti e solo la ciocca di capelli sul collo si muoveva;  la voce nella chiesa deserta faceva un lungo viaggio prima di tornare arricchita di echi e profumi. Seb si sentiva il personaggio di un quadro surreale e anche se gli pareva di essere terribilmente scortese non riusciva a rispondere.

- Non mi sembri di questa città – aggiunse la donna – Io mi chiamo Dorothea. –

Seb fece un lungo respiro come se avesse bisogno di molta aria per riuscire a parlare e quando lo fece le parole gli uscirono veloci e forzate.

- Veramente ho poco più di diciotto anni. E non sono di qui. –

- Ti piace la nostra città? –

- A dire il vero non me lo sono mai chiesto. Però, sì, i canali ed il mare sono cose molto belle. –

-  Hai ragione. Sono proprio cose belle. Ma ce ne sono altre da conoscere. –

La  donna si girò levandosi gli occhiali con gesto studiato. Aveva occhi così chiari che sembravano non guardarti. Il rossetto scuro al confronto pareva un’ombra che non si riuscisse a mettere a fuoco.

- Vieni, ti faccio vedere la chiesa. –

 

 

 

(continua)

postato da: RottamieViolini alle ore 18:40 | Permalink | commenti
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domenica, 24 maggio 2009

E' tardi.  Gia' muove la luce

dai suoi fondi di bottiglia.

Dischiude la notte, filtrando

dal liquido scuro anfratti piu' neri,

passaggi che portano a strade

 

Si va,

quando e' ora si va.

Sarebbero strade aperte per nulla ?

 

Ruminate le frasi oltre cui non si torna.

 

La notte si schiude e registra,

scrivana, i minuti.

Sappiam solo d'andare

e le prue ed i piedi

gli occhi persino

cosi' se ne vanno

giardini del fondo del mare.

 

E' tardi. La luce gia' muove.

postato da: RottamieViolini alle ore 08:38 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 18 maggio 2009

Entrò dal portale di destra. La chiesa era gremita, il profumo che aveva avvertito la volta precedente si era fatto molto più lieve, mascherato da un forte odore di pioggia, di cuoio e vestiti. Le enormi vetrate filtravano la luce depressa del cielo distribuendola uniforme alla navata e smorzando il colore giallastro della pietra. Seb trovò un posto verso il fondo della chiesa; davanti a lui la presenza di una vecchia rattrappita gli consentiva una perfetta visione. Guardandosi intorno notò che c’erano quasi solo donne. Una sorta di vapore saliva da tutti quei corpi e si fermava a mezz’aria intrappolando un calore appiccicoso verso il pavimento. Seb si tolse la giacca e si accomodò meglio sulla panca. Dopo qualche minuto il brusio sommesso della gente arretrò come un’onda e dal breve silenzio che seguì emerse il frusciare di passi e di vesti che già aveva sentito. I musicisti ed il coro entrarono dalla sinistra dell’altare e si disposero con precisione geometrica. Uomini e donne erano vestiti con un identico mantello scuro, lungo fino ai piedi. Le facce serie rivolte verso il pubblico sembravano lucciole pallide in quel mare nero. Seb si aspettava un applauso che non arrivò. Ma fu molto più forte il silenzio che costrinse in gocce di cristallo anche il piegarsi di un foglio o il cigolare della porta alle sue spalle. Ebbe per un attimo l’impressione che se avesse battuto le ciglia tutti si sarebbero girati a guardarlo. Seb non era mai stato ad un concerto, al convento aveva partecipato a qualche serata di musica, aveva perfino cantato, ma erano cose diverse, altre atmosfere. In quella navata altissima che più si avvicinava al cielo e più si faceva buia sentì che si nascondeva qualcosa che presto gli avrebbe parlato.

La musica cominciò inaspettata proprio quando l’attesa si stava sfaldando. Prima furono gli archi a costruire un tappeto circolare che si stese a mezz’aria, poi una voce di donna andò lentamente a sostituirlo, a cambiarne il colore. Seb teneva gli occhi chiusi perché dietro le palpebre gli pareva di afferrare la fisicità di quelle note, poteva scorgerle mentre salivano come una pioggia che avesse invertito il suo senso: la pioggia ascendeva al soffitto della navata e là in alto restava sospesa una pozza di acqua e di suoni. All’improvviso i coristi nei loro lunghi mantelli scagliarono il colore scuro delle voci ad inseguire la pioggia e lasciarono che il tutto, sfacendosi in un pianissimo senza contorni, scendesse come un angelo nero sulle teste degli spettatori.

Seb riaprì un attimo gli occhi. Le bocche dei coristi, nell’emissione della lunga nota finale, erano tutte aperte allo stesso modo, piccoli dischi scuri su quei visi di cera, grotte magiche dalle quali la voce andava a cercare il suo Dio.

Quando la musica finì Seb restò seduto a lungo aspettando che la gente se ne andasse. Sentiva salirgli dai piedi una specie di levità soave, come dopo la confessione del sabato pomeriggio al convento, quando con tre avemarie padre Izzy gli lavava i peccati. Nella chiesa, per gradi, era tornato il silenzio, ma la musica si era soltanto nascosta. Tra le crepe della pietra, sulle pareti o dietro i banchi, nella sua testa perfino, gli echi delle note non cessavano di ricomporre la melodia.

Un rumore di tacchi gli arrivò alle spalle. Senza girarsi Seb lo seguì con attenzione; non venivano da fuori quei passi perché non aveva udito il cigolio delle porte.

-Allora, giovanotto, ti è piaciuto Mozart? –

Seb si voltò e riconobbe la donna che aveva incontrato in chiesa qualche giorno prima. Indossava una gonna al ginocchio e una maglia sottile color crema che le fasciavano la figura e la facevano sembrare più alta. Portava occhiali con lenti marroni e un rossetto che pure al marrone tendeva. Sul braccio destro piegato, reggeva un lungo indumento nero che sembrava uno dei mantelli del coro. Tutto sommato aveva un aspetto fascinosamente retrò.

- Ma allora anche lei canta nel coro? –

La donna diede un’occhiata al mantello e si fermò a due metri da Seb.

- Certo. La cosa ti stupisce? – fece con un mezzo sorriso.

- E allora perché l’altra volta non provava con gli altri? –

- Avevo mal di gola e a dir la verità per una volta volevo solo ascoltare. –

La donna parlava con la sua voce maschile e nell’emetterla non faceva una piega, soltanto la bocca, sembrando animata di suo, si disegnava in contorni quasi geometrici nell’articolare le parole. I cerchi, le ellissi che le labbra sottili descrivevano, diventavano l’irresistibile centro dell’attenzione nella sua figura. L’ovale del viso, allungato, tendeva in più verso l’alto a causa dei capelli raccolti sopra la testa con un grosso fermaglio d’oro scuro. Con elegante noncuranza entrò nella fila davanti a Seb e si sedette. Il collo sottile con la pelle bianchissima usciva dalla maglia con orgoglio malcelato, un piccolo ciuffo di capelli sfuggito all’acconciatura scendeva verso le spalle, larghe e  per niente spioventi. Seb pensò che erano spalle di una che avesse praticato il nuoto e pensò anche a cosa dire visto che la donna taceva. Ma fu lei a parlare.

 

 

 

(continua)

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venerdì, 15 maggio 2009

Attraverso gli anelli,

attraverso le dita

vanno i sogni nell’aria,

non c’era più spazio negli occhi

la pupilla era persa

una punta di spillo ferita.

 

 

I cavalli, disciolte le briglie,

masticano petali notturni

e soffiano al cielo vapori.

Noi stiamo a vedere,

le selle di cuoio sono il nostro giaciglio,

la culla dell’anima tua,

il mio osservatorio supremo.



Nessuno dirige.

La notte è se stessa

postato da: RottamieViolini alle ore 18:49 | Permalink | commenti (2)
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giovedì, 14 maggio 2009

- Per vedere se potevo scartare…- Blanche ripeté dentro sé le parole di Seb e sentì che le facevano male. Allora scarti non ce ne sono stati, tutto è tornato ai suoi binari di sempre, a questo viaggio vuoto che lui s’è tracciato davanti e che percorrerà comunque. Non sono stata il granello che blocca la ruota, si disse e avvertì una tristezza curiosamente dolce che le saliva dallo stomaco agli occhi. Non aveva mai previsto, in amore, la possibilità di non essere completamente accettata. Se l’amore c’era doveva essere totale, lo sentivi dentro e al diavolo le spiegazioni, ché tanto non potevi agire altrimenti. Devo essermi sbagliata, pensò, e già in quel momento le sue capacità adattative cominciarono a lavorare in silenzio. Lei stessa non era capace di udirle, ma nel profondo dei suoi pensieri alcune convinzioni cominciavano a sfaldarsi e altre nascevano nuove. Le restava una frase a martellare l’inconscio: tanto non si può agire altrimenti.

Passarono la giornata in casa. Parlarono a lungo e presero decisioni. I momenti di colloquio si alternavano ad altri in cui ognuno se ne stava in disparte, a recuperare energie. Nel pomeriggio fecero tre volte l’amore, in silenzio. Blanche era stupita da quanto Seb imparasse in fretta. In pochissime volte aveva compreso la voce del corpo di lei e questo contrastava con l’espressione vagamente assente che il suo viso rimandava. Non che gli mancasse la dolcezza o un sorriso al momento giusto, ma erano i suoi occhi a darle questa impressione, lontani e sempre percorsi dal mare grigio che ormai vi abitava. La sera si accontentarono di un po’ di formaggio e andarono presto a dormire. Sarebbero partiti di lì a qualche giorno. Il mattino dopo Blanche avrebbe avvisato il proprietario del Blondél e avrebbe organizzato il viaggio tenendo conto dei pochi soldi che avevano. Quando Seb si fu addormentato, Blanche si alzò senza fare rumore e andò in cucina. Prese un foglio e scrisse alla madre. Non aveva grandi rapporti con lei e non ne sentiva la mancanza, ma non le sembrava il caso di sparire così. Le raccontò quel poco che aveva voglia di dire e scrisse che non sapeva se e quando si sarebbe fatta viva. Le venne da pensare che per certi versi si somigliavano, lei e sua madre, e la cosa non le fece piacere.

 

Ma guarda come scuote la testa! Dal penultimo ramo vedo benissimo la cucina della mia amica. Lei sta seduta e guarda fisso sul tavolo, non scorgo le mani e non capisco cosa stia facendo. E’ un pezzo che non compare la gatta, ogni tanto veniva sul davanzale della finestra e guardava verso il mio albero con quei suoi occhi pieni di latte. Non amo i gatti, ma quelli sembrano occhi dei quali non avere paura. Una volta ho volato fino al davanzale e mi ci sono posata. Eravamo separati dal vetro, è vero, ma un brivido mi scuoteva le penne. Lei, cercando di cogliere qualcosa,  muoveva il collo e faceva vibrare i baffi sottili, ma quei movimenti del capo non erano gli stessi della mia amica. O i miei. Erano sinuosi e rotondi come quelli di una serpe stordita nel sole. Quella gatta deve avere qualcosa che non va. Nella cucina si è spenta la luce, la ragazza si è alzata ed è sparita dentro la casa. Sto immobile sul ramo. Mi sento così nera nella notte da perdere la mia stessa percezione. Ma se ho fatto bene i conti nel giro di mezzora la luna salirà qua dietro e dentro al suo disco chiaro ritroverò i miei contorni.

 

Due giorni dopo tutto era sistemato. La nave partiva il giovedì alle quattro del pomeriggio. Entro martedì avrebbero ricevuto i biglietti ed i documenti. Blanche li aveva acquistati ad un’agenzia sul molo lungo del porto, perché conosceva molto bene il ragazzo che ci lavorava, ma questo non lo disse a Seb. Aveva l’impressione di camminare in una zona di confine, un po’ come se non riuscisse a sentire il rumore che facevano i suoi passi o non percepisse del tutto il suono della sua voce. Seb sembrava tranquillo, aveva ripreso il suo tono distaccato e a suo modo sereno; tutti i giorni, con una certa metodicità, faceva le solite cose. Il proprietario del Blondél non l’aveva presa benissimo, ma alla fine aveva abbracciato Blanche e le aveva pagato tutto il mese perché non aveva mai saputo resistere a quella specie di aureola tremante che lei si portava sul capo. E in più promise a Blanche che si sarebbe tenuto la gatta cieca. Con un certo rammarico guardò i biglietti appesi sul muro di fondo, poi li staccò uno ad uno e si disse che avrebbe chiamato qualcuno a dare una mano di vernice.

 

La domenica mattina si svegliarono alle nove per uno strano rumore che veniva dalla cucina. Un grosso uccello, lungo una trentina di centimetri, stava nel mezzo del tavolo. Aveva le penne lucide e nere; solo su quelle delle ali c’era una striscia blu chiara e sul petto una piccola macchia grigio rosa. Muoveva la testa curiosa a piccoli scatti e non sembrava spaventato dalla loro presenza, andava avanti e indietro sul tavolo e ogni tanto dava un’occhiata alla gatta che dormiva in un angolo. I due ragazzi restarono immobili sulla porta della cucina e la cosa andò avanti per qualche minuto. Quando Seb con cautela avanzò di un passo l’uccello ebbe un fremito, ma non si mosse; al successivo lanciò una specie di tchaa, tchaa e volò fuori dalla finestra. Blanche corse a vedere e lo vide posarsi sull’albero di là della strada. Continuava con quel canto strano e guardava dalla sua parte. Blanche senza rendersene conto ne imitava i movimenti del capo.

 

Blanche aveva da fare in casa, così Seb uscì da solo. Si ricordò che nella Chiesa Maggiore doveva esserci il concerto di Mozart e si diresse alla piazza. Lungo il canale non incontrò anima viva, qualche cigno scivolava sull’acqua lasciando una scia priva di schiuma. Una pioggia ultrasottile scendeva senza quasi lasciare traccia. Non gli dispiaceva che Blanche non fosse venuta, sentiva il bisogno di stare da solo. Fece il solito gioco che consisteva nello svuotare la testa da qualunque pensiero e aiutato dal ritmo regolare del passo gli sembrò di riuscirci benissimo. Uscito da uno dei tanti vicoli che vi convergevano, si ritrovò nella piazza immensa. I ciottoli stondati, lucidati dall’umidità, rimandavano i grigi e gli azzurri del cielo e spezzettavano il riflesso dei palazzi. Un tram passava sui binari nel centro della piazza avanzando a singhiozzo dalla parte del mare. Davanti alla chiesa un grosso cartello con caratteri blu annunciava il concerto e l’orario. Seb lesse con sollievo che l’ingresso non si pagava. Mancavano dieci minuti all’inizio. Entrò dal portale di destra.


(continua)

postato da: RottamieViolini alle ore 18:44 | Permalink | commenti
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